Ciao, mi chiamo Lucia Brunelli e sono l’ideatrice del Centro Multiservizi ApprendiPIU’ di Grosseto.

ApprendiPIU’ nasce dopo un lungo percorso di formazione personale e professionale durante il quale ho avuto il piacere di incontrare Rosy Alfinito, che come me non ha mai smesso di cercare le risposte migliori per rendere efficace l’apprendimento degli studenti con DSA. Entrambe, ad oggi, operiamo come coach e consulenti per la dislessia, e abbiamo deciso di unire le nostre forze per offrire una serie di servizi legati al mondo della dislessia. 

Ad accomunarci, l’indole innata di entrambe che ci ha portato, da sempre, ad aiutare i bambini ed i ragazzi che non riuscivano con la stessa facilità degli altri. Questo interesse è diventato una vera e propria missione dopo la nascita dei nostri figli, entrambi dislessici, che ad oggi, anche se di età diverse, possono dire di aver superato quel muro che sembrava negare loro un successo formativo appagante.

Il percorso è stato molto impegnativo e ci ha condotto alla incessante ricerca di ambienti, associazioni, incontri ed eventi che potessero renderci consapevoli del tema dislessia. Come madri, ma anche come operatrici del settore, abbiamo convogliato le nostre intuizioni e le nostre esperienze in una crescente consapevolezza sul tema, partendo sempre dalle esperienze fatte ‘sul campo’ e che poi ci è venuto naturale condividere con altri ragazzi e altre famiglie per far recuperare loro una serenità che all’inizio del loro percorso appare perduta per sempre. 

Ecco che dopo 10 anni di convegni, incontri, tavole rotonde, corsi specializzati e anche qualche ruolo istituzionale, ci siamo ritrovate fortemente impegnate ad aiutare i bambini e ragazzi dislessici e con DSA a trovare percorsi innovativi e rispettosi delle loro modalità di apprendimento, percorsi meno conosciuti ma notevolmente efficaci che consentano di superare i problemi e le difficoltà profonde legati alla dislessia e all’apprendimento.

Abbiamo deciso di parlare della “nostra” storia  intesa come storia nostra e dei nostri figli, soprattutto perché riteniamo importante sottolineare un concetto fondamentale che abbiamo imparato in questi anni: quando un genitore parla di dislessia deve sempre tenere presente che non esiste una storia che riguarda solo lui ma è sempre un percorso  che riguarda lui e suo figlio, insieme. Equilibrare ruoli, pensieri e modalità è cruciale per raggiungere la giusta consapevolezza di un approccio costruttivo, essenziale per ridurre e cancellare le conseguenze dei comportamenti sbagliati in primis di noi come genitori e anche del mondo esterno alla famiglia.

Torniamo alla “nostra” storia partendo da quella mia (Lucia) e di mio figlio (Edoardo).

Personalmente, ho sempre creduto in un meccanismo molto semplice: se credi veramente in qualcuno, il cambiamento sarà evidente e le migliori caratteristiche di quell’individuo, a lui stesso sconosciute, lo faranno brillare. Vedere questo luccichio negli occhi di qualcuno che si sente stimato e ottiene un successo è sempre stata per me una emozione fortissima. 

Emozione che mi ha continuamente guidato nella trasformazione delle mie passioni in professioni.

Nel 2005 è arrivato mio figlio Edoardo e l’amore per lui è diventato la passione più travolgente che abbia mai vissuto!

Intelligente, creativo, solare, Edoardo ha illuminato la mia vita con la sua calda luce.

La nostra vita scivolava serena, fino all’inizio del suo percorso scolastico, cominciato con la scuola dell’infanzia.

Per ovviare alle sue difficoltà di linguaggio all’età di 4 anni Edoardo ha iniziato un lungo trattamento logopedico, che ha notevolmente migliorato le sue capacità comunicative. Alla scuola elementare, però, tale condizione sembrava non essere sufficiente per gli standard dell’età. Nonostante questo, le insegnanti tendevano ad escludere la possibilità di dislessia.

Ai miei occhi invece, tutte le sue doti d’intelligenza e di creatività apparivano offuscate, risucchiate dal vortice negativo di commenti ripetuti del tipo “Suo figlio è lento, si impegna ma NON RIESCE a leggere, NON RIESCE a scrivere correttamente, NON RIESCE a memorizzare, NON RIESCE…” 

Cosa era successo? Come era possibile tutto questo?

Neanche gli insegnanti erano in grado di spiegarsi e di spiegarmi quali fossero le difficoltà di mio figlio, e alla fine tutto veniva rimandato ad un possibile stato di ansia generato in famiglia. Questa mancata consapevolezza del reale problema aveva generato anche una mancanza di indicazioni delle modalità più idonee per aiutarlo a scuola e nel lavoro pomeridiano da fare a casa.

NON SAPEVO PROPRIO COME AFFRONTARE LA SITUAZIONE!

Ma si trattava di mio figlio e quindi non potevo arrendermi.

Con l’aumentare delle richieste scolastiche, mio figlio era sempre più stressato e sotto pressione, tanto da somatizzare l’ansia che tutto questo gli generava.

COSA FARE DUNQUE? 

A CHI RIVOLGERSI PER AVERE UNA VISIONE PIU’ CHIARA?

Queste sono state le domande che per un lungo periodo della mia vita, hanno riempito i miei giorni e le mie notti insonni! Fortunatamente, però, eravamo arrivati all’inizio del 2011 e da pochi mesi era stata approvata la legge 170/2010, con i successivi Decreti Attuativi e Linee Guida, che definivano la questione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e stabilivano i diritti degli studenti con DSA in ambito scolastico, oltre alle modalità legate alla certificazione a alla diagnosi. Finalmente si cominciava a parlare di dislessia abbastanza diffusamente e in molti contesti. 

Un anno dopo l’entrata in vigore della legge, la vita scolastica di mio figlio ha avuto una svolta: anche se le barriere generate da una conoscenza superficiale del mondo della dislessia costituivano un ostacolo importante, il fatto di poter difendere mio figlio da falsi luoghi comuni ed etichette elargite con superficialità mi ha sicuramente aiutato nell’avere più fiducia di vedere una luce infondo al tunnel.

Accompagnando mio figlio nelle varie attività da svolgere per effettuare le valutazioni diagnostiche ed il potenziamento logopedico, ho deciso di intraprendere un percorso di formazione personale e professionale, a dir poco totalizzante, a cui ho dedicato gli ultimi 10 anni della mia vita.

Grazie ai 6 anni di volontariato come referente per la provincia di Grosseto dell’Associazione Italiana Dislessia, ho potuto interagire con eccellenti professionisti con i quali ho realizzato sportelli di ascolto, corsi di formazione per studenti con DSA, per i loro genitori, per insegnanti e tutor dell’apprendimento. È stata davvero una palestra importante, che mi ha dato una incredibile opportunità di crescita e la possibilità di fornire un utile servizio alle famiglie, agli studenti e alle scuole del mio territorio.

Anche mio figlio, come tanti altri ragazzi poteva usufruire delle conoscenze più aggiornate, delle migliori logopediste, dei tutor più preparati e di una madre impegnata a interagire nei giusti termini con l’istituzione scolastica per far rispettare i suoi diritti nello studio e perseguire il suo successo formativo. 

Ma, nonostante tutto questo, c’erano ancora aspetti che non funzionavano nel suo apprendimento e in quello di molti altri ragazzi che frequentavano i laboratori dedicati e le varie attività organizzate, soprattutto per quanto riguardava l’autonomia nella lettura, nella comprensione e rielaborazione di un testo, nell’esposizione di quanto studiato e nella strutturazione di un metodo di studio, per non parlare dell’apprendimento della lingua inglese.

In altre parole, la sua autoefficacia nello studio era ancora scarsa e di conseguenza anche la sua autostima.

Scattò così in me una determinazione inarrestabile nel cercare anche altrove la soluzione a questi problemi che rendevano difficoltosa e toglievano gioia alla “nostra” vita.

Senza scoraggiarmi, ho ulteriormente approfondito le mie competenze attraverso la letteratura esistente sul tema, altri corsi di formazione di carattere più innovativo e, soprattutto ho intrapreso un incessante confronto con gli adulti con DSA per comprendere come avevano valorizzato al meglio le loro modalità di apprendimento per raggiungere il loro successo nella vita, riuscendo anche a spiegarlo agli altri. 

Dopo aver constatato di persona il successo di questi nuovi orientamenti, ad oggi sento il dovere di mettere a disposizione degli altri l’esperienza e le conoscenze operative che hanno cambiato la vita a mio figlio e a molti altri bambini e ragazzi con DSA. 

Ed ora passiamo alla storia di Rosy e di Simone.

Ho conosciuto Lucia alla quinta edizione del convegno internazionale sulla dislessia EDA, a Modena. Fin da subito è scoccata la scintilla di un profondo connubio mentale e operativo sulle questioni legate alla dislessia. La voglia di collaborare ha fatto il resto… 

Spiegare in due parole come mi sono trovata a fronteggiare l’argomento dislessia non è semplice. Ci sono stati molti eventi che mi hanno condotta a confrontarmi con le difficoltà di apprendimento e non solo di apprendimento. Stando a contatto con bambini e adolescenti fin da quando avevo 14 anni ed ero un’allenatrice di pattinaggio artistico, mi sono resa conto che alcune caratteristiche che ho scoperto poi rifarsi alla dislessia incidono moltissimo nello sviluppo e nella crescita di un bambino al di là del successo prettamente scolastico, vedi ambientazione tempo/spaziale, ad esempio.

Il mio percorso è iniziato così, allenando bambini della fascia più giovane. Come Lucia, avevo un senso innato nel relazionare con chi era più in difficoltà, si rifugiava in un angolino della pista, in evidente stato di ansia, piuttosto che con i soggetti più dotati che non facevano troppa fatica ad eseguire gli esercizi richiesti. 

A scuola ero molto brava, ma ad un certo punto, la memoria fotografica, che mi aveva sempre sostenuto nel percorso scolastico, è sparita quasi di colpo e mi sono ritrovata a dover escogitare dei sistemi per poter continuare a mantenere il mio rendimento scolastico ai livelli a cui ero abituata, senza l’aiuto di nessuno. 

Ed è stato così che a 18 anni ho iniziato ad aiutare gli altri ragazzi nello studio. Da allora, per oltre 40 anni non ho più smesso di occuparmi di insegnamento, provando e sperimentando tutto quello che il mio istinto mi chiedeva fortemente di verificare sul campo partendo sempre dalle esigenze di chi avevo di fronte. 

La grande svolta della mia vita si è attuata quando ho deciso di studiare alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Firenze, dove ho ricevuto un insegnamento delle lingue finalmente efficace. La professione di traduttrice interprete calza perfettamente alla mia estrema necessità di comunicazione nell’ambito di culture diverse, ma non ho mai abbandonato l’insegnamento, che ho sempre scelto di praticare in progetti sperimentali e situazioni formative che mi lasciavano libera di applicare e mettere in gioco le mie idee. Queste due vie si sono reciprocamente arricchite nel corso del tempo: l’uso degli strumenti digitali in ambito didattico deriva proprio dalla mia formazione continua come traduttrice.  

Non ho mai smesso di ascoltare i ragazzi o il gruppo classe, sia in ambito scolastico che della formazione professionale. L’idea era sempre la stessa: ascoltare chi avevo di fronte e cercare di dargli gli strumenti più adatti per lo studio della lingua straniera, materia in continuo divenire, mai statica.

All’epoca non sapevo che tutto ciò avrebbe concorso ad aiutare mio figlio, avuto all’età di 35 anni, con, a quel tempo, 17 anni di esperienza nel campo della formazione. 

Fin dall’età prescolare il mio meraviglioso bambino mostrava grande forza ed intelligenza, ma l’impatto con la scuola elementare si rivelava un disastro: nessun insegnante si era chiesto come mai un bambino così intelligente non riuscisse ad avere un successo scolastico al pari delle sue capacità. Il fatto di crescere solo con me indirizzava gli insegnanti e lo stesso neuropsichiatra verso una condizione psicologica di mancanza della figura paterna, piuttosto che verso una caratteristica neurologica particolare. 

Io non controbattevo troppo questa visione delle cose – una madre single si sente sempre un po’ colpevole – ma una voce insistente dentro di me mi ripeteva che con la vita che conducevamo, piena di persone, affetto, sport, aria aperta, mio figlio era amato da tutti e stava avendo una esperienza di vita assolutamente felice… eccetto che per la scuola, e quindi la motivazione dei suoi disagi andava ricercata in quell’ambiente. 

Dopo anni di disavventure scolastiche che avevano portato mio figlio ad un suo stato psico-fisico di estrema depressione, il pediatra, non avendo diagnosticato nulla di oggettivo, mi suggerì di tenerlo a casa da scuola per una settimana per verificare se fosse la scuola la causa del suo forte malessere. Simo era in 4^ elementare: una volta tolto dall’ambiente del tempo pieno e trasferito in un’altra scuola a tempo parziale, iniziò a riprendersi, ma ancora non riusciva a brillare per quel che meritava. Dovrò arrivare all’estate tra la seconda e la terza media per accorgermi io stessa, su suggerimento di una cara amica insegnante, che aveva ‘sentito parlare’ di dislessia, che appunto mio figlio aveva le classiche caratteristiche legate a questo disturbo dell’apprendimento. Era il 2010. 

La svolta della nostra vita è avvenuta nel 2011, quando ci siamo trasferiti a Parma con in mano una diagnosi tardiva di dislessia e diversi insuccessi nell’apprendimento. 

Il fatto di permettere a mio figlio di perseguire una carriera sportiva e, a me, di riferirmi a istituzioni molto attive nel campo della dislessia, mi ha aperto il varco di una nuova vita. 

Una volta trasferiti a Parma infatti mi sono completamente immersa in tutto ciò che poteva far crescere la consapevolezza mia e di mio figlio nei confronti di questo disturbo dell’apprendimento che tanto stava incidendo sulla nostra vita. Grazie al supporto di tutor e consulenti specializzati segnalati dall’Associazione Italiana Dislessia e da altre famiglie cresceva sempre di più in noi una forte cognizione del problema che ci permetteva di relazionare con l’istituzione scuola in modo più appropriato, fino a vincere, un pezzetto alla volta, la maggior parte delle battaglie, ahimè quotidiane, generate dall’ambiente sia scolastico e talvolta anche sportivo. 

Oltre ad avere la possibilità di vivere esperienze fantastiche nel baseball, il suo sport del cuore, mio figlio si è diplomato nei termini previsti, ed è stata una gioia immensa. Il suo successo più eclatante e stato riuscire ad avere 10 in matematica a partire dal quarto anno superiore dopo che nella sua mente era rimasta impressa una frase infelice dell’insegnante di matematica della scuola elementare del tempo pieno che gli aveva detto che “non aveva il cervello” e non poteva riuscire nella materia. 

Ad oggi, Simone è un apprezzato giocatore di baseball, stimato in tutto l’ambiente sportivo e di lavoro per le sue doti di volontà, educazione e resilienza.

Dopo questi 10 anni così intensi ho avuto tante risposte alle tante domande che via via mi sono posta con lui e con molti dei ragazzi che ho incontrato e che continuo ad aiutare e posso affermare di avere un ottimo dialogo con mio figlio. 

Percorsi come i nostri, che si intersecano in molti punti, si assomigliano: Edoardo ha trovato il suo talento nella musica, Simone nel baseball, ed entrambi viaggiano verso il loro futuro pieno di possibilità. La lotta per la loro affermazione nel mondo non si arresterà mai, ma è per tutti così, a prescindere dalla dislessia: l’importante è che vengano accompagnati finché non siano in grado di andare con le loro gambe. 

Raccontate così, le ‘nostre’ storie sembrano di facile risoluzione: in realtà a decretare la svolta è stata una adeguata conoscenza che ha portato alla reale consapevolezza di un problema o di una situazione. Un percorso che va gestito quasi sempre con uno stato d’animo pesantissimo, inizialmente senza riferimenti, in contrasto con un linguaggio e dei comportamenti depotenziati provenienti soprattutto dall’ambiente scolastico, ma talvolta anche famigliare, che mirano a sottolineare soltanto le difficoltà e troppo raramente i punti di forza e il talento inespresso di tutti i ragazzi, non solo dei ragazzi con DSA, con la grave conseguenza di mostrare loro uno spazio di azione ridotto che condizionerà fortemente la loro vita futura. 

L’altra parola chiave dopo CONSAPEVOLEZZA è… I GIUSTI STRUMENTI. Così come non si può piantare un chiodo in un muro senza un martello, c’è bisogno, dopo l’acquisizione della giusta consapevolezza, di fornire idonei strumenti per superare le fragilità generate da caratteristiche neurologiche diverse in ogni soggetto. I DSA non sono ‘categorizzabili” e per questo necessitano di metodi, strategie e strumenti personalizzati, che io e la Rosy adottiamo da anni con successo con i tanti ragazzi che si sono rivolti a noi, ritrovando il sorriso nello studio e nella vita.

Perché quindi il Centro ApprendiPIU’ di Grosseto?

Perché il Centro ApprendiPIU’ rappresenta ciò che Rosy ed io avremmo voluto per noi, per i nostri figli, per i ragazzi ed i genitori che si sono rivolti a noi. Un luogo dove trovare risposte concrete e operative per promuovere la realizzazione personale dei nostri ragazzi e accorciare I tempi dell’incertezza e del dubbio: obiettivo perseguibile grazie anche alla libertà di pensiero e al forte senso di responsabilità che contraddistingue noi e il gruppo di professionisti accuratamente selezionati che lavorano al Centro. Non sei solo, vieni a trovarci!

Un caro saluto

Lucia e Rosy